Come funziona lo smart working in Italia

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Perché lo smart working in Italia può avvantaggiare imprese e dipendenti

La modalità di lavoro “smart” è sempre più diffusa anche nel nostro Paese, ma cosa significa fare smart working in Italia? Il lavoro agile è nato per dare maggiore flessibilità al mercato del lavoro, anche al fine di conciliare la vita familiare con quella professionale.

Al lavoratore subordinato viene concessa l’opportunità di eseguire i propri compiti senza vincoli di orari o di luogo, avvalendosi del supporto degli strumenti tecnologici. Lo smart work rappresenta, quindi, un nuovo modo di intendere il lavoro che punta sulla flessibilità e sull’autonomia organizzativa dei lavoratori che possono scegliere spazi, orari e strumenti per garantire dei risultati concreti.

Le attività lavorative vengono ripensate in una modalità più intelligente, rimuovendo i vincoli che imponevano ai dipendenti di  svolgere il proprio lavoro da una postazione fissa. Il risultato è un miglioramento della qualità della vita dei lavoratori e di conseguenza della loro produttività. Per funzionare bene questo modello di lavoro ha, però, bisogno di collaborazione tra lavoratori e organizzazioni e in questo un ruolo chiave viene svolto dalle tecnologie di ultima generazione che consentono di essere sempre più connessi e presenti nonostante la distanza fisica.

I dati sullo smart working in Italia

In Italia gli smart workers sono sempre di più: nel 2018 hanno raggiunto quota 480mila, cifra che equivale solo al 12,6% di tutti i lavoratori che, per il tipo di lavoro svolto, potrebbero passare allo smart working. Questi dati provengono dall’indagine “Smart Working: una rivoluzione da non fermare”, dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, che è stata condotta su 183 aziende di grandi dimensioni, 501 PMI, 358 Enti Pubblici e, con il supporto di Doxa, ha coinvolto un campione di 1000 lavoratori.

Lo smart working in Italia è, infatti, supportato dalla grandi aziende, e una su due ha avviato progetti in tal senso; anche nelle Pubbliche Amministrazioni si è fatto qualche passo avanti passando dal 5% del 2017 all’8% de 2018. Nessun miglioramento si è invece registrato nelle PMI dove la quota di lavoro smart è rimasta fissa all’8%.

Lo smart working in Italia è quindi un fenomeno in crescita soprattutto nel settore privato delle grandi imprese, mentre nelle PMI stenta ancora a diffondersi. Questo probabilmente a causa della poca informazione a riguardo, oltre che per via di una forte resistenza culturale ad abbandonare i vecchi modelli di organizzazione lavorativa. Sorprende invece il dato che riguarda la PA dove lo smart working resta un fenomeno ancora troppo poco diffuso, nonostante l’approvazione di una normativa in materia e le scadenze fissate dalla Riforma Madia.

I riferimenti normativi  e gli effetti dello smart working in Italia

Il percorso normativo che si è occupato di smart working in Italia ha avuto inizio nel 2014 con una proposta di legge in cui, per la prima volta, si formalizzava il termine smart working per identificare una tipologia lavorativa assimilabile al telecommuting anglosassone. Se ne parò, di nuovo, in un Disegno di Legge legato al Patto di Stabilità 2016 (Jobs Act). La disciplina del lavoro agile in Italia è stata quindi definita dalla Legge n.81 del 2017. Per quanto riguarda le PA, le misure per conciliare tempi di vita e di lavoro sono contenute nel Decreto Madia in cui è stato fissato, tra le altre cose, l’obiettivo di raggiungere in tre anni il 10% di personale occupato per mezzo del lavoro agile.

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Gli effetti, a più di un anno dalla approvazione della legge sul Lavoro Agile, sono stati evidenti nel settore pubblico più  che nel privato, anche perché l’82% delle grandi imprese aveva già avviato progetti di smart working, anche in assenza di una spinta normativa. Solo il 17% delle grandi imprese ha promosso iniziative di lavoro agile in seguito all’approvazione della legge. Diverso è invece il discorso per le PA: in seguito alla spinta della normativa in materia il 60% degli enti ha avviato progetti di smart working, mentre il 40% l’aveva previsto già prima della normativa.

Perché avviare progetti di smart working in Italia conviene alle imprese

Lo smart work è un sistema che favorisce la produttività individuale e anche la continuità operativa. Viene smantellato il sistema lavorativo precedente puntando su concetti nuovi di fruizione del tempo e dello spazio in virtù di una qualità della vita migliore e di un modello di lavoro più efficace ed efficiente. Si tratta di un forte cambiamento culturale che presuppone anche organizzazioni più flessibili.

Secondo recenti rilevazioni dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, per esempio, un buon modello di smart working in un’azienda può portare ad un aumento della produttività pari al 15%.

Ragionando a livello nazionale, i lavoratori che potrebbero essere impegnati in progetti di lavoro agile sono circa 5 milioni, pari al 22% degli occupati: se solo si raggiungesse il 70% di potenziali lavoratori smart, in Italia si registrerebbe un aumento della produttività di 13,7 miliardi di euro. Ciò significa che la qualità di vita dei lavoratori migliorerebbe e il mercato del lavoro in Italia potrebbe vedrebbe nuove prospettive di crescita e di allineamento agli standard europei.

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